Sei Zen? Allora perché t’incazzi?

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Quante volte, chi fa un cammino spirituale di qualsiasi tipo, che sia lo yoga, la meditazione, il Tai Chi o discipline olistiche come il Reiki, lo Shiatsu, si è sentito domandare una cosa del genere? Secondo la mentalità comune (e ignorante) chi abbraccia un tipo di filosofia e di vita, dovrebbe essere sempre calmo e tranquillo, non dire parolacce, non eccedere in niente e magari farsi pure prendere a schiaffi senza reagire.

Zen incazzarsi

Cosa vuol dire essere Zen

«Una speciale tradizione esterna alle scritture
Non dipendente dalle parole e dalle lettere
Che punta direttamente al cuore-mente dell’uomo
Che vede dentro la propria natura e raggiunge la buddhità»

Quattro nobili versi di Bodhidharma

Cos’è lo Zen

Un breve cenno sullo Zen. Si tratta di una corrente del buddismo sviluppatasi in Giappone intorno al 1200. Essa si basa sulla tradizione cinese Chan, attribuita al mitico fondatore Bodhidharma, vissuto fra il V e il VI secolo. Chan è una parola cinese che cerca di ricalcare, a livello di pronuncia, il sanscrito Dhyana. Questa viene tradotta generalmente con “meditazione”, anche se significa “visione”. Si tratta di uno degli otto Anga dello yoga di Patanjali, settimo prima del Samadhi (estasi mistica). Bodhidharma era infatti un monaco buddista indiano, recatosi in Cina per diffondere il suo pensiero. Si dice che sia anche il fondatore delle arti marziali Shaolin. Quindi da Dhyana nasce il Chan che in Giappone diventa Zen (stessi ideogrammi, pronuncia diversa). Si tratta, in poche parole, di un insieme di scuole buddiste che si basa sulla pratica della meditazione e dell’esperienza del satori (risveglio o illuminazione) a discapito delle scritture.

Lo Zen nel quotidiano

Nel corso dei secoli, la pratica Zen ha fatto nascere, oltre che diverse scuole di pensiero, anche molte arti come gli haiku (la poesia), l’ikebana (composizione floreale), shodo (calligrafia), zen-ga (pittura), no (teatro), l’arte culinaria. Ha inoltre influenzato le arti marziali giapponesi, come il judo, il karate, l’aikido, il kendo e il kyudo (tiro con l’arco). Questo tipo di approccio, quindi, è applicabile a ogni aspetto della vita umana, per questo negli nell’ultimo secolo è diventato così popolare e diffuso anche in occidente. Il problema di noi occidentali è che, tutto ciò che riceviamo dall’oriente, di solito lo storpiamo snaturandolo. Quindi abbiamo affibbiato allo Zen connotati non prettamente suoi, ma che vengono principalmente dal moralismo e dalla religione cristiana. Si è creata, così una credenza su cosa dovrebbe essere Zen o meno, secondo un’idea comune abbastanza diffusa. Ma qual è questa idea?

Cosa è Zen e cosa no

È piuttosto facile per l’essere umano comune decidere come dovrebbero vivere la vita gli altri, soprattutto quando riguarda un cammino che l’accusatore conosce a malapena. “Tutti froci col culo degli altri”, si suole dire. Così capita spesso che, se fai un percorso spirituale di qualsiasi tipo, di incontrare gente che ti guarderà di traverso giudicandoti e pretendendo di conoscere il tuo percorso molto meglio di te. Sanno cosa devi mangiare, cosa no, quando, le parole che devi dire e quelle proibite, i comportamenti concessi e quelli no. Tutte cose, tra l’altro, che loro si guardano bene dal seguire! Accade, infine, un giorno in cui vi vedono arrabbiati e vi apostrofano così: “Ma come, tu sei Zen! Non dovresti incazzarti mai!”. Ma è veramente così? Chi segue un qualsiasi percorso spirituale (non solo lo Zen ovviamente) deve seguire specifiche diete, non può dire parolacce, non si può arrabbiare né mostrare emozioni in genere, non può, in definitiva, mai lasciarsi andare? Niente di più falso!

Innanzitutto abbiamo visto cos’è l’essenza dello Zen: il raggiungimento del satori (illuminazione) tramite la pratica meditativa e tutto ciò che è funzionale. Fine! Non c’è altro! Non si parla di reprimere le emozioni, di essere imperturbabili, di diete (nei monasteri Zen si mangia tutto, anche animali) o di comportamenti morali specifici. Zen è proprio il contrario semmai: raggiungere l’essenza delle cose senza tanti fronzoli e rituali. Si tratta più di un decostruire che un fare: distruggere, piano piano, le sovrastrutture create dalla società, educazione, cultura, religione, morale, etc. Come diceva Picasso:

“Mi ci è voluto quattro anni per dipingere come Raffaello, una vita per imparare a dipingere come un bambino”

Fare un cammino spirituale oggi

Perché lo Zen è accomunato alla spiritualità in genere?

Sullo zen sono stati scritti molti libri. Soprattutto da quando si è diffuso negli anni ‘50 e ‘60 negli USA. La sua semplicità dottrinale, il focus sulla pratica più che su dottrine o scritture, ha fatto sì che fosse ben accolta dal mondo occidentale, molto distante dalla mentalità dell’oriente. Così troviamo libri diventati famosi, come “Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” giusto per citarne uno, che adattano questa disciplina alla vita occidentale di tutti i giorni. Da lì ad accomunare, per la mente ignorante, il percorso spirituale in generale allo Zen, è stato un attimo.

Quindi basta che tu abbia un aspetto tranquillo, o che dici che pratichi meditazione, o fai una citazione spirituale (di qualsiasi tipo) che ecco che vieni subito etichettato come Zen. Non che ci sia niente di male in sé, è semplicemente per spiegare una dinamica sociale e culturale. Ogni cammino spirituale ha la sua intima peculiarità e spesso divergono fra di loro anche di molto. Ma un dato è certo: se intraprendi uno di questi cammini, per la persona comune sarai etichettato sempre allo stesso modo, indipendentemente dal cammino scelto.

La quiete prima, durante e dopo la tempesta

Uno degli elementi principali della ricerca spirituale è il raggiungimento di una pace interiore. Bene o male ogni cammino ha come scopo o effetto collaterale, quello di ottenere una serenità di fondo che rende la persona tranquilla anche di fronte alle situazioni più difficili. Questo è abbastanza innegabile: non si è mai sentito di una spiritualità atta a rendere l’uomo agitato, insicuro e terrorizzato di ogni cosa, oppure super eccitato e iperattivo, o peggio ancora fanatico sempre pronto ad attaccare ciò che è diverso da quello in cui crede (attenzione parlo di spiritualità, non di religioni!). L’errore che fa l’uomo comune (e spesso anche chi percorre questi cammini) è quello di assolutizzare questo concetto di tranquillità, così da arrivare a credere che l’uomo spirituale debba essere impassibile di fronte agli eventi, inattaccabile dai fenomeni esterni, privo di emozioni. Ovviamente, non c’è nulla di più sbagliato!

I percorsi spirituali ti rendono più vivo, non più morto! La sensibilità aumenta e così la compassione e l’empatia. Si diventa, però, più consapevoli delle emozioni, meno vittime delle angosce del futuro e maggiormente capaci ad amarci per ciò che siamo. Questo vuol dire tutto meno che impassibili e privi di emozioni! Una persona spirituale, si incazza esattamente come gli altri, semplicemente che gli passa subito. Una volta raggiunto lo scopo per cui l’incazzatura è servita, non ci pensa più, non sta ore e ore, o addirittura giorni, a rimuginare su quello che è successo. Lo stesso vale per tutte le altre emozioni: le lascia arrivare, le assapora e allo stesso modo le lascia andare. Non ne è vittima né le rifugge. Si emoziona come gli altri, forse anche di più, ma non ne è travolto: sa lasciar andare l’emozione e tornare alla sua quiete.

Questo è il vero distacco: non sapersi far intaccare nell’essenza, mentre l’anima comunque partecipa e gode della vita. Gli eventi tragici dell’esistenza, lo segnano e lo sconvolgono come gli altri, ma da essi ne sa trarre insegnamento per rialzarsi, crescere e imparare. In definitiva, la differenza fra una persona “normale” e una “Zen” è nell’essenza più che nell’apparenza.

I due monaci e la donna

Ecco una storiella significativa su cosa vuol dire essere persone spirituali. Due monaci, in ritorno al monastero, giunti che furono al guado del fiume, incontrarono una donna bellamente vestita che attendeva. Come li vide, chiese gentilmente se uno dei due la potesse prendere in braccio per portarla di là dal fiume, così che i suoi vestiti non si bagnassero. Uno dei monaci sorrise e accettò la richiesta. La prese in braccio e guadò il fiume, con l’altro monaco che li seguiva da dietro. Una volta giunto sull’altra sponda, poggiò a terra la donna che lo ringraziò e salutò i due monaci. I due continuarono la strada verso il monastero in silenzio.

L’altro monaco aveva lo il volto accigliato e lo spirito turbato dal comportamento increscioso del confratello. Continuava a pensare a quanto disdicevole fosse per un monaco anche solo toccare una donna, figuriamoci prenderla in braccio per tutto quel tragitto! Così, mentre procedevano spediti, il compagno rimuginava e inveiva dentro di sé. L’altro, sentendo che c’era qualcosa che non andava, appena intravisto il monastero in lontananza, si fermò e chiese: “Fratello, cosa ti turba? Ti sento cupo”. Il compagno non aspettava altro e si sfogò: “E me lo chiedi anche? Ma ti sembra il modo di comportarsi? Noi siamo monaci, non possiamo neanche toccarle le donne! Tu ti sei permesso addirittura di prenderla in braccio! E se ci avessero visti? Cosa penserà la gente di noi?”. L’altro monaco si limitò a sorridere, rispondendo: “Vedi, io la donna l’ho lasciata andare subito dopo il guado. Tu la porti ancora con te”.

Zen

Zen come espressione di sé

Il cammino spirituale rende unici

La caratteristica principale di chi fa un cammino spirituale è quella di essere unico, non quella di essere un pezzo di ghiaccio inerte. E non si diventa unici, o ci si nasce, ma ci si scopre, lentamente. Tutti siamo unici, ma la maggior parte delle persone ha paura della propria unicità e preferisce uniformarsi alla massa che le circonda. La via spirituale non appiattisce il carattere, anzi, lo amplifica. Se uno è un eccentrico, la spiritualità probabilmente lo renderà ancora più eccentrico! Questo perché diminuisce fino a scomparire la paura del giudizio altrui. Se uno ha un carattere di fuoco, il suo ardore sarà ancora più intenso.

Padre Pio era famoso per il suo caratteraccio scorbutico e intrattabile, eppure lo hanno fatto santo lo stesso. Questo vale per un sacco di altre personalità considerate maestri spirituali. Basti pensare a Socrate, che viveva in semi-povertà, girava per le piazze per attaccare bottone con i passanti e metterli in crisi, non partecipava alla vita politica se non in modo indiretto, formando i giovani futuri politici. Si definiva un tafano che punzecchia la mucca per tenerla desta e spingerla avanti. Si paragonava alla levatrice che aiuta la partoriente a portare alla luce la vita che porta in grembo.

Un altro, ancora più eccentrico, era Diogene il Cinico, che definito un Socrate impazzito. Lo chiamavano il Cane, perché dormiva spesso per strada e aveva una vita ascetica nettamente contrastante con quella sfarzosa dell’epoca. La quantità di aneddoti sulle sue risposte argute e taglienti e le sue azioni bizzarre è sconfinata. La più estrema era sicuramente quando si metteva in piazza dell’Agorà e si masturbava davanti a tutti, dicendo: “Magari se, stropicciandomi il ventre, mi passasse la fame”.

Spiritualità come rottura degli schemi

Si nota spesso una separazione e non di rado una contraddizione fra la vita spirituale e quella religiosa. Il che non è affatto strano, anzi, direi doveroso.  Di solito la religione nasce dalle ceneri della spiritualità, ovvero: quando un personaggio di elevata caratura spirituale, grazie ai suoi insegnamenti e al suo carisma, muore lasciando un discreto seguito di persone, dai suoi insegnamenti, spesso, nasce una religione. Magari non immediatamente dopo la sua morte, a volte ci vuole del tempo. Questi insegnamenti vengono cristallizzati e lentamente assolutizzati, fino a diventare dei dogmi (espliciti o meno).

Si crea una separazione fra i seguaci e gli altri e si creano delle gerarchie rigide, con regole ferree per tutta la comunità. Se poi la religione diventa importante, e quindi attira l’interesse del potere politico, va da sé che da lì a poco la spiritualità da cui era nata quella religione scompare totalmente. In questi casi, nasce un nuovo movimento spirituale in rottura con quello ormai sclerotizzato in religione. Un esempio eclatante è il buddismo stesso, nato per contrasto al brahmanesimo induista divenuto rigido e ritualista.

«Esausto di piaceri omosessuali, abbraccio la mia donna.
Lo stretto percorso dell’ascetismo non fa per me:
la mia mente corre nella direzione opposta.
È facile chiacchierare di Zen – mi limiterò a chiudere la bocca
e mi limiterò a giocare a far l’amore tutto il giorno»

Ikkyu Sojun

Lo Zen non è stato da meno, ha passato fasi in cui è diventato politicizzato, in cui si è persa l’essenza a favore dell’esteriorità. Per fortuna, ci sono stati dei maestri che hanno saputo rinverdire lo spirito originario, uno di questi è stato Ikkyu. Vissuto nel 1400, dopo aver girato vari maestri e monasteri ed aver raggiunto il satori, si dedica alla vita da vagabondo. Stufo delle stupide regole e atteggiamenti di molti dei suoi compagni e maestri, più interessati al potere e all’aspetto rituale che non all’essenza, passa le sue giornate a contatto con la gente comune, per lo più artisti (essendo egli un famoso poeta), frequentando bettole, bordelli e trascorrendo il tempo nella meditazione ma anche a godere dei piaceri della vita come l’alcol e il sesso.

Morirà all’età di 87 anni a causa della malaria. Gli ultimi anni di vita li ha trascorsi come abate di un importante monastero Zen di Kyoto, per far capire che, nonostante la sua vita eccentrica e pur essendo criticato dai più, aveva un vasto seguito di discepoli ed era riconosciuto come santo. Tutt’ora venerato e rispettato, il suo corpo è conservato nel tempio di Kyotanabe. In Giappone è così famoso e importante che gli è stata dedicata una vasta letteratura, compresi anime e manga.

Conclusione: anche gli spirituali, nel loro piccolo, s’incazzano

Di fronte a tutto ciò, e ho riportato una minuscola parte di esempi di santi folli, maestri eccentrici (la bibliografia è vastissima a riguardo), come si fa anche solo a pensare che la persona spirituale deve essere priva di emozioni, impassibile, sempre fintamente tranquilla?

La spiritualità è l’opposto della rigidità, non ha schemi, non ha regole, lo Spirito “soffia dove vuole” e come vuole. Sei uno che bestemmia dalla mattina alla sera e dice sempre parolacce? Puoi tranquillamente essere un santo! Sei uno a cui piace godere del sesso? Lo stesso! Preferisci vivere in castità? Fallo, va benissimo. Non ci sono regole, ripeto: l’importante è non assolutizzare il proprio modo di vivere giudicando gli altri.

Sei Zen, spirituale, perché vivi nell’essenza senza rinunciare alla vita esteriore, non perché fai meditazione tutti i giorni, sei vegano, vai in chiesa o fai beneficenza. Niente di esteriore può renderti un illuminato. L’illuminazione, il risveglio, viene definita come un momento in cui si capisce che tutto è UNO e non c’è separazione fra il creato e l’increato, fra il finito e l’Infinito.

La Differenza tra un Illuminato e chi non lo è
consiste nel fatto che l’Illuminato non ne vede
la Differenza.

Nisargadatta Maharaj

Tutto è illusione, secondo molte spiritualità: ovvero ci si illude che esistano entità separate, quando in realtà tutto è UNO. Se tutto è UNO, non c’è differenza fra una bestemmia e una preghiera, fra il sesso e la meditazione. Se tutto è illusione, lo è anche il cammino spirituale, la religione e tutti i loro strumenti. Di fronte a ciò, è solo il nostro atteggiamento e la nostra intenzione che fanno la differenza, non le pratiche esteriori. Concludo con l’ultima poesia di Ikkyu in punto di morte:

«Quando me ne sarò andato, qualcuno di voi
si isolerà nella foresta
o in montagna a meditare, mentre altri
berranno sakè e godranno
la compagnia delle donne. Sono entrambi
modi eccellenti di Zen. Ma se qualcuno diventa
un ecclesiastico professionista, farfugliando
“la via dello Zen” sarà mio nemico»

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