Viaggio in Occidente di Wu Cheng’en

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Fu nel lontano 1590 che uno dei quattro pilastri della letteratura cinese fu pubblicato, lo Xīyóu Jì (il Viaggio in Occidente) attributo al letterato Wú Chéng’ēn. Basato su un evento storico, il pellegrinaggio del monaco buddista Xuánzàng, si arricchisce di elementi mitici e leggendari come è tipico della tradizione orientale. Ne viene fuori un dissacrante capolavoro di letteratura, esoterismo, tradizioni culturali e religiose condito con tanta irriverenza e azione.

Viaggio in Occidente

Era il 629 d. C. quando Xuánzàng ebbe un sogno che lo spinse ad andare in India. Da monaco buddista della scuola Mahayana, o del Grande Veicolo, non poteva che prenderlo come un oracolo. Stanco delle continue divergenze fra i testi sacri buddisti cinesi, dopo aver studiato il sanscrito, iniziò il suo lungo pellegrinaggio verso l’India, ovvero verso l’Occidente, infrangendo il decreto dell’imperatore Taizong della dinastia Tang, che proibiva ai cinesi l’espatrio a causa di una guerra in atto contro i turchi orientali. Lasciò la capitale Chang’an di soppiatto, con l’intento di recuperare i testi originali in sanscrito. Il suo viaggio fu lungo e pieno di esperienze interessanti. 

Xuánzàng arrivò in India nel 630 e la girò in lungo e in largo, cercando di “succhiare” più conoscenza possibile: si fermò nelle principali comunità buddiste, visitò i più famosi luoghi di pellegrinaggio e studiò all’università di Nalanda. Rientrò in Cina solamente nel 645, portando con sé 657 sutra in sanscrito del Tripiṭaka (“i tre canestri”, ovvero il canone buddista pali) che gli valsero l’appellativo di Sānzàng, traduzione cinese di Tripiṭaka. L’imperatore Taizong lo accolse con molti omaggi, spingendolo a scrivere un resoconto dettagliato del suo viaggio che fu intitolato: Viaggio in Occidente del grande Tang. Xuánzàng dedicò il resto della sua vita alla traduzione dei testi dal sanscrito al cinese, ampliando notevolmente il canone cinese e permettendo così di avere sutra che in originale sono poi andati perduti.

Da storia a leggenda

“Ora, dall’inizio del mondo, giorno dopo giorno, essa [la rupe] era stata impregnata dalla limpidezza celeste e dal rigoglio terrestre, dai vigorosi raggi di sole e dal dolce chiaro di luna. Così a lungo accarezzata, finì per essere penetrata da un pensiero, si ritrovò divinamente incinta e un bel giorno si spaccò, partorendo un uovo di pietra grande come un pallone. Fecondato dal vento, esso si trasformò in una scimmia provvista dei cinque sensi e munita delle quattro membra.”

Il Viaggio in Occidente

Evoluzione del racconto

Sin da quando Xuánzàng compì il suo mirabile viaggio, le sue vicende furono arricchite di elementi leggendari e mitologici. Questo racconto si trasmise oralmente per secoli fino a quando, durante la dinastia Song, fu messo per iscritto col nome di La storia di come Tripitaka si procurò le scritture (Da Tang Sanzang qujing shihua) in cui appare già una scimmia come principale aiutante di Xuánzàng. Siamo intorno alla fine del 1200. Con la dinastia Yuan appaiono i primi drammi teatrali sul viaggio leggendario, chiamati Xiyou ji zaju (opere teatrali del Viaggio in Occidente). Infine nel 1590 fu messo per iscritto quello che viene tutt’ora considerato il racconto ufficiale.

Wú Chéng’ēn, o chi per lui, era a conoscenza di tutto questo corpus orale e ha pensato bene di sistemarlo, dargli una forma organica, imprimergli uno stile letterario consono e trasformarlo in un capolavoro. La trasmissione orale era tipica dei cantastorie, anche in Occidente, e la Cina non faceva eccezione. Le gesta di fantomatici eroi venivano cantate e narrate nelle piazze, infarcite di avventure fantastiche intrecciate a eventi storici. Soltanto sotto la dinastia Ming la cultura cinese sentì l’esigenza di redigere in forma scritta questi racconti, compreso il Viaggio in Occidente.

Peculiarità del romanzo

La ricchezza di tale libro è tipica degli scritti orientali. Al pari del Mahabharata, del Ramayana, de Le mille e una notte, la storia principale è incorniciata da una miriade di storie secondarie. Racconti aggiunti durante i secoli di trasmissione orale. Ciò che rende il Viaggio in Occidente tra i più famosi romanzi cinesi è l’abbondanza di contenuti e di stili: essendo scritto in lingua parlata era chiaramente destinato al popolo. Non solo a chi poteva leggere, ma anche a tutti coloro che potevano ascoltare chi per loro lo avesse letto. È un romanzo ricco d’azione e d’avventura, pieno di battaglie, enigmi e prove da superare; amato dai ragazzi e ragazze che s’immedesimano negli eroi che sconfiggono i bestiali nemici; dall’adulto che vi trova le critiche a una società stupidamente burocratica e macchinosa; dallo spirituale che si ritrova nella rottura con la religione istituzionalizzata.

Ha molti tratti in comune col romanzo cavalleresco europeo: la ricerca (prima dell’immortalità, poi delle Scritture), le battaglie, i dialoghi fra i duellanti, le prove da superare, la crescita morale e spirituale dei protagonisti. Infatti, non c’è un unico personaggio principale (che se ci fosse sarebbe Sun Wukong, non certo il monaco Xuánzàng), ma si tratta di un romanzo corale, come lo è il Mahabharata o il Signore degli Anelli. E con essi condivide anche la caratteristica tipica dei romanzi di formazione: i personaggi evolvono, crescono, maturano al superare delle difficoltà e con essi il lettore.

Contenuti

Esattamente come nella filosofia orientale, spesso i nemici non sono altro che dei “buoni” in cerca di riscatto, o che hanno smarrito la via. Una volta sconfitti, troveranno il loro posto fra gli immortali del Cielo. Si tratta infatti di prove create ad arte dello stesso Buddha o dalla sua fida Bodhisattva, al fine di far evolvere i propri pupilli. L’elemento più appariscente rimane quello religioso: nello scorrere della storia, confucianesimo, taoismo e buddismo si intrecciano bacchettandosi a vicenda, per poi riscoprire la loro essenza comune. La rigida società cinese viene costantemente attaccata con arguzia, in tutti i suoi aspetti: politico, culturale ma soprattutto religioso.

Con un’irriverenza pari solamente al più faceto dei fiorentini, le tre religioni sono oggetto di pungente sarcasmo. Mitologia taoista, buddista e confuciana si fondono con la realtà come se fra loro non ci fosse separazione, ma gli dèi, gli spiriti e i demoni fossero cosa comune quanto gli uomini e gli animali. Le religioni, però, sono solo la maschera: dietro di esse si nasconde un’essenza piena di simboli, chiavi esoteriche, iniziazioni e insegnamenti segreti. Soltanto chi non si scandalizza dell’irriverenza, del linguaggio popolare e spesso volgare, della violenza dei combattimenti, chi riesce ad andare oltre il moralismo, il ritualismo religioso, può carpire la conoscenza segreta di questo romanzo poliedrico.

In Italia esistono due versioni: il compendio, famoso nei paesi anglosassoni, edito da Adelphi con il nome di Scimmiotto e la traduzione integrale, caldamente consigliata, fatta da Serafino Balduzzi col titolo originale di Il Viaggio in Occidente, pubblicato da Luni editrice.

Viaggio in Occidente

La storia

Camminavano da molti giorni, ed era già autunno, quando una sera tardi Tripitaka tirò le redini e disse: «Discepolo, dove ci fermeremo stanotte?»
«Maestro – disse Scimmiotto – queste sono domande che può fare la gente comune, e non dei pellegrini come noi»
«Che differenza c’è?» domandò Tripitaka.
«A quest’ora – disse Scimmiotto – gli uomini comuni se ne stanno nei loro letti morbidi, sotto le coperte calde, tenendo tra le braccia i figli o le mogli, riparati e comodi come piace a te. Ma noi pellegrini, come potremmo aspettarci qualcosa del genere? Al lume della luna o delle stelle, noi dobbiamo andare avanti, cenando con un piatto di vento e sfidando la guazza, finché dura la strada»

Il Viaggio in Occidente

Trama: antefatti

Dopo una breve introduzione, il romanzo comincia a parlare del personaggio che ha consacrato il Viaggio in Occidente a capolavoro assoluto: Sūn Wùkōng. Spesso tradotto semplicemente con Scimmiotto, il suo nome, datogli dal Patriarca Subhuti significa: Scimmia Consapevole del Vuoto. È l’anima del libro, che lo rende così speciale. Nel libro si narra della sua nascita miracolosa (da una rupe che si è spaccata che ha generato un uovo che a sua volta è diventato Scimmiotto), della sua crescita grazie alla sua spiccata intelligenza e facilità nell’imparare, nell’incontro col Patriarca che gli insegna come ottenere l’immortalità, le 72 trasformazioni, come difendersi dalle Tre Calamità e come volare su una nuvola d’oro. Il suo potere cresce al punto da sfidare il Cielo stesso: con la forza si impadronirà della mitica mazza di ferro capace di ingrandirsi e rimpicciolirsi a piacimento. Dopo aver scombussolato i paradisi taoisti ed essere divenuto pressoché invincibile, viene imprigionato da Buddha in persona nella Montagna dei 5 elementi.

Verrà liberato soltanto 500 anni dopo, da Xuánzàng (nel libro chiamato Tripitaka). Il monaco, inviato dall’imperatore Tang Taizong alla ricerca delle Sacre Scritture Buddiste del Grande Veicolo, solo e debole, incapace di affrontare i pericoli del viaggio, ha bisogno di accompagnatori in grado di proteggerlo. Così la Bodhisattva Guayin, offertasi a Buddha per cercare un campione in grado di ricevere le Scritture e di raggiungerlo nel monastero del Colpo del Tuono in India, istruisce 4 spiriti-demoni pentiti e volenterosi di riguadagnare il loro rango celeste, per assistere il giovane monaco. Scimmiotto è il primo di questi demoni e sicuramente il più potente e intelligente. Ma a causa del suo orgoglio, del suo spirito libero e del carattere intrattabile, Tripitaka avrà bisogno di un cerchietto magico da porre sulla sua testa, attivabile con un mantra fornitogli da Guayin, per domare l’irriverente scimmia.

Trama: il viaggio

Grazie a Scimmiotto (e al mantra per stringere il cerchietto d’oro intorno alla sua testa in modo da causargli sofferenze atroci e renderlo così docile), Tripitaka è in grado di affrontare ogni pericolo. I due presto incontrano Yùlóng Sāntàizǐ, il terzo figlio del Drago del Mare Occidentale, che farà da trasporto per il monaco sotto forma di cavallo bianco. Il prossimo demone, che diverrà anch’egli discepolo di Tripitaka, è Zhū Bājiè, ovvero Maiale soggetto agli Otto Divieti, chiamato semplicemente Porcellino. L’ultimo a unirsi a loro è Shā Wùjìng, Sabbia consapevole della Purezza, detto Sabbioso in quanto abitava in un fiume di sabbie mobili. Il quintetto è al completo e possono finalmente dirigersi baldanzosi verso Occidente.

Seguono tutta una serie ripetuta di pericoli, in quanto molti demoni sono attratti dalle dolci carni di Tripitaka, capaci di dare l’immortalità a chi le consuma. Scimmiotto deve usare tutti i suoi poteri magici e l’aiuto dei suoi compagni per sconfiggere questi demoni. Spesso è costretto a invocare Guayin o Buddha in persona, essendo la situazione indistricabile. Molti dei demoni incontrati altri non sono che degli spiriti celesti finiti sulla Terra per punizione o semplicemente fuggiti per goderne dei piaceri. Altri sono animali selvaggi che hanno ottenuto poteri e forma semi-umana grazie all’ascesi praticata per decenni. In ogni caso, è quasi sempre Tripitaka a cadere stupidamente nelle trappole di questi nemici infingardi, soprattutto per non aver ascoltato gli avvertimenti di Scimmiotto, unico capace di vedere la realtà oltre l’apparenza.

Il completamento della missione

Finalmente gli interminabili pericoli sono stati superati, i nemici sconfitti, gli enigmi risolti. Arrivati sul Picco degli Avvoltoi, infine giungono al monastero del Colpo del Tuono, dove Buddha con i Bodhisattva e gli altri santi del Cielo, li aspettano con le Scritture. Dopo avergli giocato un tiro mancino che fa capire che tutto ha un prezzo, anche i testi sacri, i nostri eroi vengono accompagnati verso casa da 8 spiriti che li portano in volo. Dato che le prove affrontate da Tripitaka erano 80 e non 81 (9 x 9) come vuole la tradizione, vengono sottoposti a un’ultima prova, in cui alcuni sutra vengono leggermente danneggiati, ma Scimmiotto rassicura: “Non importa. Nemmeno il cielo e la terra sono completi. Potete star certo che, se il sutra si è strappato, vuol dire che il grande enigma dell’incompiutezza voleva così”. Superata anche questa, vengono scortati fino a Chang’an, accolti a gran festa dall’imperatore e i seguaci di Tripitaka. Le Scritture sono depositate e durante una cerimonia officiata da Tripitaka in persona, vengono rapiti da degli spiriti per essere portati in Cielo, da Buddha, e vengono concessi loro i ranghi divini.

La simbologia

Un simbolo non è né astratto né concreto, né razionale né irrazionale, né reale né irreale: è sempre entrambi.

Carl Gustav Jung

Racconto iniziatico

Quello che più interessa a noi persone spirituali in cammino è il significato esoterico dell’opera. Per quanto sia assolutamente da apprezzare come capolavoro letterario, da gustare l’avventura e l’azione, ridere per l’irriverenza, la volgarità e il sarcasmo, il fine ultimo è quello di lasciare un messaggio simbolico e archetipico molto potente. Ogni personaggio ha una funzione e rappresenta una parte dell’essere umano. Essi, infatti, sono 5 (sebbene Yulong non faccia altro che fare il cavallo, a parte un episodio). 

Il numero 5

Il numero 5 ha una simbologia estremamente importante: rappresenta la stella a 5 punte, che per associazione visiva simboleggia l’uomo (basti pensare all’uomo vitruviano di Leonardo). Designa la l’individualità umana, la volontà, l’ispirazione, l’evoluzione verticale, il movimento progressivo e ascendente. Essendo il numero dell’uomo, come mediano tra terra e cielo, indica la possibile trascendenza verso una condizione superiore. Ma può essere simbolicamente suscettibile di una deviazione negativa verso l’involuzione, la discesa e la degradazione (in questo caso rappresentato dalla stella a 5 punte rivolta verso il basso). Il numero cinque, come tutti i numeri dispari, genera attività nella forma positiva di evoluzione o in quella negativa di involuzione. Collega l’alto con il basso, e può far tendere verso uno di questi poli. In definitiva il 5 rappresenta l’uomo in cammino, con la possibilità di elevarsi o di decadere. Non è un caso che i personaggi, siano 5, perché rappresentano l’uomo e la nostra possibilità di crescita.

Sun Wukong
Scimmiotto

Scimmiotto

Figura preesistente al romanzo, probabilmente nata sotto la dinastia Song (960 – 1279), evolutasi dalle leggende sulle scimmie del regno di Chu (700 – 223 a. C.) in cui si riverivano i gibboni, soprattutto quelli bianchi, secondo alcuni studiosi è collegata al dio hindu Hanuman. La sua nascita magica da una rupe che partorisce un uovo di pietra fa subito capire che non si tratta di una scimmia normale. Dotata di un’intelligenza e un coraggio unici, ha la caratteristica di imparare molto velocemente, soprattutto in battaglia imitando le mosse del nemico. Assetata di fama e di potere, acquista l’immortalità per mezzo degli insegnamenti del Taoista Subhuti, insieme alle 72 trasformazioni (grazie al quale può trasformarsi in qualsiasi oggetto, animale, pianta o persona), alla capacità di volare su una nuvola e il poter saltare per oltre 20000 km con un unico balzo.

Sin da subito diventa Re del suo gruppo di scimmie, lentamente soggioga tutti i demoni dei territori intorno al suo. Non contento maltratta il Re Drago del Mare Orientale, prendendo con la forza molti oggetti magici, in particolare il Randello a Piacer Vostro, un’asta magica cerchiata d’oro capace di ingrandirsi e rimpicciolirsi a piacimento del possessore. Credendosi superiore a tutti, si fa chiamare Il Grande Saggio Uguale al Cielo. Dopo esser riuscito a entrare in Cielo, vi combina così tanti casini da diventare il terrore dei paradisi. Si mangia tutte le pesche dell’immortalità, beve il vino degli immortali fino all’ubriachezza, trangugia le pillole di cinabro d’oro di Laozi. Gli viene infine dichiarata guerra dell’Imperatore di Giada, Re degli Dei del Cielo, ma nessuno riesce a fermarlo: soltanto l’intervento di Buddha sarà significativo. Con un trucchetto incredibilmente semplice, lo imprigiona nella Montagna dei 5 Elementi per 500 anni.

Tempo a malapena necessario per farlo redimere: quando la Bodhisattva Guayin gli propone di accompagnare Tripitaka lungo il suo pericoloso viaggio, accetta di buona lena, ma una volta liberato, con le prime discordie con il monaco, se ne va diventando intrattabile. Di nuovo l’intervento di Guayin sarà risolutivo. Dona a Tripitaka un cerchietto d’oro da far indossare a Scimmiotto. Una volta che lo ha messo in testa, non riesce più a staccarlo. Grazie a un mantra segreto ricevuto dalla Bodhisattva, Tripitaka può far stringere il cerchio creando dolori atroci alla scimmia irriverente: questo è l’unico modo che ha per tenerla sotto controllo. Una volta compiuta la missione, però, Scimmiotto scoprirà che il cerchietto è scomparso da solo, in quanto ormai totalmente asservito alla volontà della missione. Grazie ai suoi poteri straordinari guadagnati in Cielo, ha il controllo di tutti gli spiriti, che evoca a piacimento ogni volta che ha bisogno di loro. Può volare fino nei più remoti angoli del Cielo, nelle stanze private della Bodhisattva Guayin o di altre importanti divinità.

Simbologia

Cosa rappresenta, a livello simbolico? Non essendo un’allegoria, ma un simbolo e un archetipo, non esiste un’unica interpretazione ma molteplici, quindi neanche una sovrapposizione con esse è contemplata. Ma in generale Sun Wukong rappresenta la Mente, così potente ma capricciosa, capace di entrare di contatto con gli spiriti ma schiava dell’orgoglio e della bramosia. In molte tradizioni orientali la mente viene paragonata a una scimmia impazzita, dispettosa e impossibile da gestire. Soltanto il mantra (dal sanscrito “strumento della mente”), fornito dal maestro, ha il potere di assoggettarla al nostro volere. Nei titoli dei vari capitoli viene chiamata Scimmia dello Spirito, Duca del Metallo ed è associata, secondo la filosofia cinese, all’elemento Metallo.

Xuanzang
Tripitaka

Tripitaka

Abbiamo visto che si basa sul personaggio storico Xuánzàng, monaco buddista di scuola Mahayana, sebbene poi di fatto c’entri poco e niente con quella figura e con il suo reale viaggio. Nel romanzo è la reincarnazione di Cicala d’Oro, un discepolo del Buddha troppo pigro per darsi da fare a raggiungere l’illuminazione tanto da addormentarsi durante un sermone, così è costretto a reincarnarsi molte volte fino a diventare Tripitaka (nome di nascita: Chen Hui). Questo suo essere un personaggio importante lo rende estremamente appetibile per tutti i demoni che incontra nel suo cammino, in quanto si credeva che mangiare la sue carni pure facesse divenire immortali.

È estremamente ingenuo, sebbene abbia una compassione molto sviluppata manca totalmente di saggezza. Cade facilmente nelle trappole dei demoni che lo vogliono mangiare e si infuria sempre con Sun Wukong che, invece, riconosce i demoni anche sotto mentite spoglie e li uccide davanti agli occhi del monaco. Questi però crede che siano esseri umani e se la rifà sempre col suo discepolo, arrivando persino a cacciarlo via. Tutto ciò accade anche dopo che Tripitaka è ormai caduto nelle trappole dei demoni svariate volte. Occorrerà molto tempo prima che il monaco impari a fidarsi di Sun Wukong. 

Ha un carattere lamentoso e piagnucolone, si lamenta sempre delle difficoltà del cammino e dei demoni incontrati, di cui ha un vero terrore. Ha però un cuore puro, immune all’orgoglio, alla bramosia, alla seduzione del potere. Monaco devoto, rispetta sempre i suoi obblighi e i suoi doveri, senza mai trasgredire una regola. Può rimanere in meditazione per ore e ore senza distrarsi. È schiavo solo della sua paura, che vincerà alla fine del romanzo, accettando la morte del suo corpo fisico al passaggio del fiume che porta al Monastero del Colpo del Tuono. Rappresenta il Cuore con la sua purezza, la volontà inamovibile di raggiungere la propria realizzazione, a ogni costo. È la natura primordiale, la contemplazione incessante. Mantiene le altre parti unite, salde e focalizzate sulla missione. Nei titoli viene chiamato Spirito della Meditazione ed è associato all’elemento Fuoco.

Zhu Bajie
Porcellino

Porcellino

Il suo nome originario era Tian Peng. Nato pigro, stupido e perdigiorno per autodefinizione, grazie all’incontro con un vero Immortale impara a volare e le 36 trasformazioni, viene accolto in Cielo e denominato Maresciallo della Via Lattea. Laozi gli costruisce un’arma di cui va enormemente fiero: un rastrello a 9 punte. Purtroppo durante l’annuale banchetto delle pesche sacre, organizzato dalla Regina Madre, si ubriaca e molesta ripetutamente una fanciulla, che altri non era se non la Dea della Luna. Condannato a 2000 bastonate e a rincarnarsi sulla terra, sbaglia strada e si infila nel ventre di una scrofa: nasce così mezzo uomo e mezzo maiale. 

Vive cibandosi dei viandanti che incontrano la sua strada. La Bodhisattva Guayin lo convincerà a convertirsi al buddismo e a smettere la sua vita violenta, dandogli il nome di Consapevole delle Proprie Capacità. Preso aspetto umano, si trasferisce nella fattoria del Vecchio Gao che gli concede in sposa una delle figlie. Porcellino lavora sodo ma lentamente il suo aspetto torna quello di un maiale, il che fa insospettire Gao. Quando arrivano Tripitaka e Scimmiotto, dopo un iniziale battaglia con Porcellino, lo accolgono nel gruppo. Non totalmente soddisfatto, Porcellino chiede al suocero di tenergli la moglie che se la sua missione fosse andata male, sarebbe tornato.

Porcellino infatti rappresenta tutti gli appetiti carnali: ha una fame smisurata che non riesce a controllare, non riesce a resistere alla visione di una giovane donna per cui prova un’attrazione sessuale incontrollabile, è bramoso di oro e oggetti di valore, è falso, bugiardo, svogliato, spesso geloso di Scimmiotto. Non perde occasione per metterlo in brutte situazioni. Per contro, ha una forza sovrumana, porta il bagaglio per tutto il viaggio, aiuta spesso Scimmiotto nelle battaglie ed è formidabile nel combattimento in acqua. Rappresenta gli appetiti che tutti noi esseri umani abbiamo e la sua vera unica missione è quella di imparare a gestirli senza diventarne vittima. Per il suo carattere irruento, è associato all’elemento Legno e chiamato la Madre del Legno.

Sha Wujing
Sabbioso

Sabbioso

Anch’egli un generale celeste come Porcellino, durante il solito banchetto annuale delle pesche, rompe un prezioso vaso (alcune fonti dicono per distrazione, altre per rabbia). Viene punito con 800 colpi di verga e con l’esilio sulla terra, dove 7 spade volanti ogni giorno lo infilzano. Egli, allora, decide di vivere dentro il fiume delle sabbie mobili, per evitare le spade. Si ciba dei poveri viandanti che si avvicinano al fiume. Ha un aspetto spaventoso: barba rossa, parzialmente calvo, indossa una collana di teschi e impugna una doppia falce. La collana è fatta da 9 teschi di monaci che lui si è mangiato. Dopo aver succhiato il midollo osseo dei malcapitati, getta i resti nel fiume ma stranamente questi teschi rimangono a galla. Decide così di farne una collana.

Soltanto l’incontro con la Bodhisattva Guayin lo convertirà a una vita non violenta, ed egli riceverà il nome di Shā Wùjìng, Sabbia Consapevole della Purezza. Quando incontra l’allegro gruppetto si unirà a loro, non dopo un iniziale disguido. A livello di potere ne ha meno di Scimmiotto e Porcellino e conosce solo 18 trasformazioni. Rispetto ai due esuberanti confratelli, Sabbioso è decisamente più posato, calmo e ragionevole. Conduce il cavallo di Tripitaka tenendolo per le briglie, rimane a fianco del maestro quando i discepoli sono in battaglia contro qualche demone infido, cerca di rappacificare i due confratelli bizzosi, è interpellato dal monaco quando è in cerca di consigli.

La sua natura calma lo rende però pieno di inerzia e dipendente dagli altri nel prendere decisioni. Secondo la simbologia cinese rappresenta l’elemento Terra ed è chiamato la Donna Gialla. La Terra, nella filosofia taoista, sta al centro e dà supporto e sostegno agli altri 4 elementi. Rappresenta quindi il nostro centro che tende all’inerzia da un lato e a portare equilibrio ai nostri opposti dall’altro. Ha bisogno quindi di imparare a mettersi in gioco senza dipendere dagli altri.

Yulong Santaizi
Cavallo-Drago

Il Cavallo-Drago

Yùlóng Sāntàizǐ è un personaggio che rimane in sordina per quasi tutto il romanzo, eppure ha anche lui una sua simbologia. Nella maggior parte dei commentari non è neanche preso in considerazione, ma nella storia viene specificato che senza questa speciale cavalcatura Tripitaka non sarebbe mai arrivato a destinazione. Anche lui ha una storia al pari degli altri. È il terzo figlio del Re Drago del Mare Occidentale e un giorno, per sbaglio, ha causato un incendio che ha portato la distruzione di alcune preziose perle regalate dall’Imperatore di Giada in persona a suo padre. Viene condannato a morte a dispetto dei legami parentali. Grazie all’intervento di Guanyin si salva, promettendogli l’espiazione del grave peccato tramite il servizio a Tripitaka sotto forma di cavalcatura. Il primo contatto con il maestro non è dei migliori, visto che Yulong, si mangia la sua montatura in un sol boccone e si rifugia dentro il fiume. Inutili i tentativi di Scimmiotto di stanarlo (e lui come combattente sott’acqua è pessimo), soltanto l’intervento di Guanyin chiarirà la situazione e Yulong verrà trasformato in cavallo bianco.

In un unico episodio prende forma umana con l’intento, disperato vista la situazione, di salvare il maestro dalle grinfie del Demone Veste Gialla, senza successo. Allora convince Porcellino ad andare a chiamare Scimmiotto, che Tripitaka aveva cacciato. A parte questo episodio, per il resto del romanzo rimane un semplice, silenzioso cavallo. Eppure anche lui viene rapito in Cielo alla fine della storia e fatto diventare una delle otto creature eccezionali e raggiunge il nirvana. Rappresenta l’elemento Acqua e viene chiamato il Cavallo del Pensiero. Per tutto il viaggio non fa altro che trasportare il maestro, senza mai lamentarsi o tirarsi indietro. Per la cultura cinese, il cavallo bianco simboleggia la volontà mentale o la forza di volontà consapevole.

La Cerca del Graal in versione cinese

“Si capisce che, se aveste corrotto gli onorevoli, vi avrebbero dato dei sutra scritti. Ma non potete dire che vi abbiano imbrogliato, perché anche quelle che vi hanno dato sono scritture autentiche: le scritture senza parola sono buone quanto le altre. È per voi stupidelli che bisogna mettere ogni cosa nero su bianco”

Il Viaggio in Occidente

Il Viaggio in Occidente rappresenta per l’Asia quello che per l’Europa è il ciclo arturiano: una raccolta di epiche avventure, battaglie, intrecci amorosi, ricerca, viaggio e simbologia. Racconti per il popolo, scritti in lingua volgare, nati in contesti meta-religiosi. Chi li ha narrati, prima oralmente poi per iscritto, in entrambi i casi, si è voluto rivolgere a tipologie di persone solitamente ignorate dalle classi ricche e colte.  Sebbene l’elemento religioso sia presente in entrambi, fa più che altro da sfondo mentre i suoi elementi vengono usati per mostrare un mondo esoterico e archetipico che va oltre la religione.

Tutte le culture presentano scritti sotto forma di epopea, inizialmente tramandati oralmente, contenenti messaggi simbolici mascherati con elementi religiosi, amorosi, politici, che avevano lo scopo di diffondere a livello popolare, insegnamenti solitamente relegati a sette, circoli letterari, élite politiche o aristocratiche. Basti pensare al Mahabharata, il Ramayana, l’Iliade, l’Odissea, le Mille e una notte, il già citato Ciclo Arturiano, l’Epopea di Gilgamesh, le saghe vichinghe, il Kalevala e ovviamente il nostro Viaggio in Occidente. Si tratta di una lista che non è esaustiva!

Il senso ultimo dell’opera

Come per la ricerca del Graal o l’Odissea o le Mille e una Notte, la meta finale non è mai la vera meta. Lo scopo autentico è il viaggio che innesca la trasformazione. Durante la lettura chi si immedesima nell’opera non può far altro che trasformarsi insieme ai personaggi.

Non esiste nessun Graal, non c’è nessuna Scrittura superiore alle altre, non esiste alcun insegnamento segreto: lo scopo di ogni essere umano è quello di superare il dualismo del mondo fenomenico per ricongiungersi alla realtà ultima e unica, che comunque comprende anche il mondo fenomenico! Risvegliarsi nel mondo, non al di là di esso. Sviluppare una consapevolezza costante, una presenza instancabile, che ci ricorda ogni volta chi siamo veramente e che abbiamo tutti gli strumenti, dentro di noi, per realizzarci.

La nostra Mente, il nostro Cuore, i nostri Sensi e appetiti, la nostra solida Fiducia e la Forza di Volontà. Così la Mente-Scimmia raggiunge lo stato di Buddha della Vittoria in Battaglia, il Cuore-Monaco diventa il Candana Buddha Pieno di Meriti e Virtù, i Sensi si realizzano come Delegato della Pulizia degli Altari, la Terra-Sostegno si trasforma in Arhat dal Corpo Dorato e l’acqua-Forza di Volontà raggiunge il Nirvana. Ma questi aspetti dell’uomo non sono in realtà elementi separati, ma fanno parte dell’unità inscindibile che è l’essere umano e soprattutto la realtà ultima di cui siamo fatti.

Dalla lettura, ripetuta negli anni e di varie edizioni, di questo capolavoro, nasce il mio progetto a doppio binario, sia relativo alla scrittura che alla ricerca spirituale, chiamato Ritorno in Occidente: un viaggio spirituale.

Il matrimonio tradizionale giapponese

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