Vivere Zen: la mia avventura spirituale al monastero di Joman-ji nello Shikoku

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Uno degli interessi principali che avevo prima di partire era quello di fare un’esperienza in un monastero Zen. Sono sempre stato affascinato da questa forma di buddismo, così famosa nella letteratura occidentale. Prima di arrivare in Giappone, in realtà, non è che ne sapessi granché, a parte che deriva dal buddismo cinese Chan e che è diviso in varie scuole con peculiarità diverse. A differenza di quello che si può pensare noi occidentali, la realtà in Giappone è decisamente diversa e questa esperienza è stata fondamentale per capirla. Sono pochi i monasteri che accettano stranieri per periodi abbastanza lunghi senza chiedere cifre esorbitanti. Perché sì, oggigiorno i templi Zen sono delle macchine da soldi, salvo poche eccezioni. Come quella che ho avuto la fortuna di trovare io.

Come potete leggere nella mia biografia, ho un passato da monaco in Italia, 7 anni di intensa vita meditando tutti i giorni e vivendo un’ascesi impegnativa (senza rinunciare al contatto con le persone, per fortuna). Sono anni che mi hanno segnato, in cui ho studiato molte altre forme religiose e spirituali e che mi hanno lasciato un profondo interesse verso ogni tentativo umano di sondare il “divino”, il mistero, l’ineffabile. Uno dei motivi che mi ha spinto a intraprendere questo viaggio è proprio il desiderio di sperimentare sulla mia pelle realtà che avevo prettamente studiato sui libri per toccare con mano la loro essenza e imparare qualcosa di nuovo. Non sto cercando una nuova religione da abbracciare, lungi da me ogni interesse per le religioni istituzionalizzate e i gruppi spirituali che spesso prendono i connotati di sette. Ma sono convinto che ogni realtà di questo tipo nasconda degli elementi interessanti che possono tornare utili nel cammino personale di ognuno.

Per avere un’idea di cosa sia lo Zen, consiglio vivamente la lettura di questo articolo: Buddismo Zen: origini e storia.

Joman-ji

Il tempio Joman-ji nello Shikoku

“Il punto più importante nello studio della via è lo zazen. Perciò i discepoli dovrebbero concentrarsi unicamente sullo zazen e non confondersi con altre cose. La via dei Buddha e dei patriarchi è soltanto zazen. Non occupatevi d’altro.”

Dogen

Premessa

Durante il mio primo viaggio in Giappone, nel 2015, rimasi stupefatto da quanto la religione fosse diventata un puro business. Nei posti turistici come Kyoto, il Koyasan, Nara (solo per citarne alcuni) templi e santuari sono delle vere e proprie macchine da soldi. Dormire in un tempio costa dai 70€ a notte in su. Fare un qualsiasi corso, meditazione, ikebana, scrittura tradizionale giapponese, cucina e via dicendo ha prezzi esorbitanti. Comprare una qualsiasi cosa, un rosario, un oggetto tipico del buddismo o dello shinto lo stesso. Per fare il famoso pellegrinaggio degli 88 templi nello Shikoku devi comprare dei vestiti apposta e per ogni timbro che ricevi nei templi paghi caro. Le varie festività religiose comportano sempre una cospicua quantità di soldi: per esempio Obon Dori a Kyoto, durante la metà di agosto, prevede l’accensione di falò che servono per guidare le anime dei defunti verso il cielo. Praticamente la legna con cui vengono accesi i falò viene venduta a peso d’oro e chi più ne compra più aiuta i propri cari a raggiungere il cielo e i templi diventano dei veri e propri mercati urlanti…

Joman-ji

Cercare un monastero

Di fronte a questo scenario, trovare un monastero che accettasse stranieri per un lungo periodo di tempo senza spennarli è stata un’impresa a dir poco titanica. Su internet vengono fuori principalmente templi per turisti con i prezzi succitati. Allora ho contattato un tipo che avevo conosciuto grazie a Couchsurfing nel 2015 e che mi aveva ospitato a casa sua. Lui è stato un monaco buddista per 3 anni ma poi ha mollato quando si è reso conto che fare il monaco in Giappone equivale a fare un lavoro. Allora ha lasciato il monastero, si è sposato e adesso fa il contadino a Fukutsu, nel Kyushu, dedicandosi al buddismo in maniera privata. Quando ha scoperto che ero stato un monaco anche io è andato in brodo di giuggiole e voleva sapere tutto della mia esperienza.

Joman-ji

Ricordandomi del suo passato, l’ho contattato chiedendogli se conosceva qualche monastero che potessero fare al caso mio. Lui mi ha passato il contatto di qualcuno che poteva aiutarmi, così ho mandato un’email. Mi è stato risposto che loro non fanno questo tipo di servizio, ma di provare a contattare altri monasteri dandomi i contatti, mi ha inoltre passato il link di un Forum, praticamente un sangha (comunità) buddista online, secondo la scuola Soto. Mi sono iscritto e a forza di chiedere, un monaco giapponese mi ha passato alcuni link tra cui quelli di un monastero nello Shikoku chiamato Joman-ji. L’unico contatto era un numero di telefono e anche sul sito non c’era niente di più. Li ho chiamati più volte, senza che rispondessero mai al telefono. Alla fine ho fatto provare a un amico giapponese e lui è riuscito a parlarci. Si è fatto dare la mail e così ho potuto parlarci direttamente.

Joman-ji

Koya Tamura

L’abate del monastero è un relativamente giovane monaco di nome Koya Tamura, nato nel 1979. Originario di Tokyo, sin da bambino ha sentito la vocazione alla vita monastica. Così è stato iniziato, pur contro l’iniziale avversione dello zio di sua mamma, unico monaco di famiglia, alla vita monastica. Si laurea in Lettere (specializzandosi in filosofia buddista e indiana) all’università di Tokyo nel 2003, imparando il sanscrito e il coreano. Prende poi una specializzazione nella stessa facoltà nel 2012. Ha completato le sua formazione come monaco nel tempio Enji di Omotoyama.

Koya Tamura

Si tratta di una persona estremamente colta, con un buon livello d’inglese, ma soprattutto che ha veramente a cuore lo Zen e i suoi precetti. Sin da subito mi ha aperto le porte del suo monastero dicendo che potevo andare quando volevo e stare tutto il tempo che desideravo, senza dover pagare niente. Non credevo ai miei occhi quando ho letto la sua risposta, avendo ricevuto solo risposte negative o con cifre a molti zeri. Così, terminata la mia esperienza al Mickey House Language Exchange Café, mi sono diretto nello Shikoku con un lungo viaggio tramite un bus notturno, un treno e 50 minuti a piedi nell’afa del sud del Giappone.

Joman-ji Sodo
Joman-ji Hondo

Il tempio

Il monastero si trova nella prefettura di Tokushima, ma decisamente lontano dalla città principale. La stazione del treno più vicina è Awa-Kainan e da lì ci vogliono una 50ina di minuti a piedi (ma c’è anche un bus che ferma vicino). Joman-ji è immerso nel verde, ai piedi di un colle in cui abitano svariati animali, come serpenti, scimmie, daini. La sera gli animali entrano nel terreno del tempio, qualcuno anche dentro gli edifici… Si tratta del più antico tempio Zen di tutto lo Shikoku, fondato nel 1295 da Keizan Jōkin Zenji conosciuto anche come Taiso Josai Daishi, uno dei fondatori del buddismo Zen Soto insieme a Dogen.

Ha avuto una notevole importanza in passato sulla zona circostante. È stato distrutto e ricostruito più volte, come la maggior parte dei templi giapponesi. Grazie all’impegno dell’abate precedente, Tetsuya Otsuki, che ha raccolto svariati fondi, è stato ricostruito e ampliato dopo anni di inattività. Koya stesso, insediatosi nel 2011 all’età di 32 anni, continuando la tradizione del predecessore, si impegna per tenere il monastero e a continuare a lavorarci per migliorarlo.

I monaci

Pochi sanno che i monaci giapponesi possono sposarsi, pratica introdotta da svariati secoli e regolarizzata non molto tempo fa. Così è anche per Koya che è sposato con Masan, monaca buddista pure lei, con cui ha avuto una bellissima figlia di 4 anni. Durante la mia permanenza nel monastero, oltre alla famiglia sopracitata c’era solo un altro monaco, temporaneamente mandato al Joman-ji a fare tre mesi di training per prepararsi a essere l’abate nel monastero di suo nonno nel Kyushu. Gli altri monaci erano temporaneamente assenti: Mumon, un americano che vive da svariati anni in Giappone, una monaca che è stata mandata in un monastero femminile sempre per un training, un altro monaco anch’egli impegnato in un training e un ragazzo che, a causa della sindrome di Asperger, è stato spostato e messo in una condizione più consona alla sua situazione.

Joman-ji monaco
Joman-ji

Vivere lo Zen a Joman-ji

“Prima di praticare per trent’anni il Chan (Zen) vedevo le montagne come montagne e le acque come acque. Quando giunsi a una sapienza più profonda, vidi che le montagne non sono montagne e le acque non sono acque. Ora che ho raggiunto l’essenza della sapienza, sono in pace, perché vedo le montagne come montagne e le acque come acque.”

Qingyuan Weixin

Giornata tipo

Sveglia e Zazen

Sveglia molto presto, alle 4.30 del mattino. I monaci, a parte Koya e la famiglia, dormono insieme nel Sodo, l’edificio in cui si pratica Zazen. Giusto 20 minuti per prepararsi, in silenzio, e alle 4.50 si inizia la meditazione, che dura un’ora esatta. Viene eseguita seduti a gambe incrociate su un cuscino tondo che poggia a sua volta su uno più grande quadrato e schiacciato, così anche i piedi non stanno sul duro. Ognuno è rivolto verso il muro, con gli occhi aperti. Il concetto è quello di non focalizzarsi su un punto ma avere una visione d’insieme, aprire anche gli altri sensi, come l’udito, il tatto, l’olfatto e ascoltare tutto simultaneamente. Lasciar perdere i pensieri: non seguirli, non farsi distrarre, ma neanche cercare di fermarli, perché è anch’essa una distrazione e perdita di energia. Il respiro deve essere naturale, non forzato o controllato in nessun modo. Koya, in questo, segue gli insegnamenti di Dogen del “solo stare seduti” e lasciare che il satori arrivi da sé.

Joman-ji Manjusri

Al centro del Sodo si trova la statua del Bodhisattva Manjusri: considerato il meditante per eccellenza, più che la figura di un santo realmente esistito o di un essere divino o angelico, si tratta di un “archetipo”, una potenza, un modello da imitare e da sviluppare in noi stessi. Questo, infatti, mi ha insegnato Koya: che il buddismo Zen non dà molta importanza a divinità, spiriti, demoni o quant’altro, quanto a quello che possono simboleggiare per noi e risvegliare in noi tramite il giusto utilizzo di loro come “mezzi” di crescita (e non oggetti di venerazione).

Colazione Zazen

Finita la meditazione si procede alla colazione sempre in stile Zazen. Questa è fatta stando seduti a gambe incrociate sul cuscino, ma non più rivolti verso il muro, bensì verso il centro della stanza. Uno dei monaci prepara il porridge di riso integrale, accompagnato da sottaceti e gomasio. Il tutto mentre vengono cantati dei sutra. Il pasto si consuma in maniera molto lenta, masticando molte volte prestando attenzione al cibo e sentendolo scendere nello stomaco.

Si tratta di una contemplazione dell’atto del mangiare, secondo gli insegnamenti di Buddha, che sosteneva che dobbiamo riscoprire i semplici gesti quotidiani facendoli lentamente, portando consapevolezza in ogni atto. Imparare a dare tempo anche alle cose apparentemente meno importanti (quando poi, invece, mangiare è una cosa fondamentale ma che ormai diamo per scontata). Per me è stato un esercizio importante in quanto tendo a mangiare veloce; facendolo ogni mattina mi è venuto naturale applicarlo anche durante il resto della giornata.

Joman-ji Hondo
Sutra del mattino

Dopo la colazione, si procedeva nell’altro edificio, chiamato Hondo, dove si recitano i sutra, più o meno verso le 7. Sebbene lo Zen dia molta più importanza alla pratica Zazen che non alle scritture, non le rinnega e anzi ne fa un uso quotidiano, nel caso di Joman-ji due volte al giorno. I sutra vengono cantati, accompagnati da strumenti come i tamburi, le campane tibetane, i cembali. Più che un canto è una nenia, una litania monotona, in cui le sillabe si rincorrono fra di loro senza mai una pausa (non si capisce, infatti, dove iniziano e finiscono le frasi) e sono in giapponese arcaico o in cinese (il canone giapponese si rifà a quello cinese).

A me era stato fornito un libretto in inglese con la traduzione e la pronuncia delle parole in romaji (caratteri latini) ma, nonostante questo, era veramente difficile star loro dietro con i canti. Come era difficile ricordarsi tutti gesti da fare, i movimenti durante i rituali, anche quelli di entrata e uscita dalla sala. Il ritualismo è ancora molto forte, nonostante lo spirito dello Zen sia quello opposto, per fortuna Koya e gli altri monaci erano abbastanza clementi con i miei errori.

Lavoro e tempo libero

Una volta finita la recita dei sutra, ci si dedica a delle attività lavorative di vario tipo: pulire, sistemare, giardinaggio dare una mano per qualsiasi cosa ci sia bisogno. Ricordo che una volta Koya necessitava di una mano per un trasloco: una ex clinica medica stava per essere demolita e la proprietaria regalava al monastero i mobili e le cose che potevano servire. Quindi siamo andati facendo più viaggi e usando un camioncino prestato. Mi ha ricordato molto i vecchi tempi di quando ero monaco! I traslochi erano all’ordine del giorno. In effetti, rispetto a questi monaci Zen, le mie capacità pratiche erano nettamente più sviluppate e gli sono stato di grande aiuto.

Un’altro tipo di lavoro è stato raccogliere i rami e altri resti di potatura fatta dagli operai del comune nel bosco del monastero. Sramare, tagliare, dividere la legna. Il lavoro, però, non era costante, ma veniva alternato con delle pause. Direi che più o meno era 50% lavoro e 50% pausa, poi dipendeva dai giorni, il che mi dava il tempo di dedicarmi a cose personali (come la scrittura). Venendo da una comunità dove si lavorava come muli, mi ha sorpreso vedere quanto la vita dei monaci Zen (almeno di questo monastero) sia decisamente più tranquilla e rispettosa dei ritmi naturali delle persone.

Joman-ji
Incontro delle 9

Ogni mattina alle 9, salvo altri impegni inderogabili, c’era un incontro in sala da pranzo di tutti i monaci, a cui partecipava spesso anche Masan con i bambini. Sì, perché oltre alla figlia, Koya e sua moglie tenevano un bambino di due anni rimasto orfano di madre e che il padre non riesce ad accudire da solo per via del lavoro. Durante questo incontro si beve un e si mangia qualche biscotto, parlando di tutto. Io ne approfittavo per fare delle domande sulla religione buddista in Giappone, non solo quella Zen, e come vivono i monaci. Koya era sempre così disponibile e acculturato che era un piacere parlare con lui. Dopo l’incontro si continuava a lavorare, sempre facendo una pausa, fino all’ora di pranzo, che di solito era le 12. 

Pranzo

Preparato da uno dei monaci o talvolta da Masan, veniva consumato insieme, dopo aver cantato specifici sutra. Si tratta di cibo semplice, sano, tutto preparato (niente cibi pronti). I monaci Zen non sono obbligati a essere vegetariani, e di fatto la maggior parte dei monaci non lo è, ma Koya ci tiene a seguire una dieta priva di animali, anche se non in maniera rigida (mi ha detto una volta che il cibo offerto lo mangiano qualsiasi esso sia, e accade che i laici non sappiano del vegetarianesimo dei monaci e offrano loro carne o pesce). Anche il pranzo è un momento di condivisione e viene consumato lentamente. Una volta finito, si rigoverna le stoviglie e segue un lungo break prima delle attività lavorative del pomeriggio, che sono come quelle del mattino.

Joman-ji pranzo
Sutra della sera

Alle 16 veniva suonata la campana per chiamare i monaci a recitare i sutra della sera. Diversi da quelli del mattino (dove, per esempio, si rimane in piedi mentre in quelli della sera si sta seduti) ma più o meno della stessa durata, forse leggermente più lunghi.

Doccia e cena

Alle 17 uno dei monaci (in questo caso toccava a me) accendeva la stufa a legna di modo da avere l’acqua calda per la doccia, mentre l’altro preparava la cena. Durante il pasto serale Koya e la sua famiglia non erano presenti, ma stavano insieme nella loro casa (che è appena fuori il monastero). Di fatto eravamo solo io e l’altro monaco, che non parlava inglese molto bene. Nonostante questo, abbiamo fatto delle conversazioni interessanti ed è venuto fuori che anche lui è un monaco metallaro, proprio come me. Allora una sera ci siamo messi ad ascoltare un po’ di canzoni metal: lui va proprio sul pesante con gruppi thrash e canto scream e growl. È stato interessante (e divertente) per me incontrare un altro monaco con la passione del metal! Tutti coloro che mi hanno conosciuto hanno sempre visto questi due accostamenti come totalmente stridenti fra di loro, quando invece non è sempre così. Infatti, il ritmo, che in certi sutra diventa forsennato, dei tamburi durante la recitazione ricorda quello della batteria martellante dell’heavy metal.

Joman-ji
Zazen e dormire

Dopo la cena, che di solito iniziava alle 18, si aveva un’altra lunga pausa fino alle 20.30 quando si praticava lo Zazen della notte, stavolta di mezzora. Finita la meditazione vigeva il silenzio fino alla meditazione del mattino. Alzandosi presto, non era strano andare a dormire alle 21, massimo alle 22! Come si può notare le meditazioni sono “solo” due al giorno, cosa strana per me visto che è al centro della filosofia di vita Zen. Koya mi ha detto che tradizionalmente erano 4 meditazioni al giorno di 2 ore l’una (durante le quali ci si poteva alzare, camminare un po’ per muovere il corpo indolenzito ma mantenendo uno stato meditativo e ricominciare a meditare). In un tempio, il Tenryu Shiseizen-ji di Fukui, fanno ancora così. Ma nella maggior parte dei templi, invece, molti la meditazione non la fanno nemmeno, dando più importanza ai rituali…

Joman-ji
Cheat day

Ogni 5 giorni, si ha un giorno “libero”. Praticamente i monaci hanno la possibilità di uscire dal monastero e fare spesa, dedicarsi ad attività personali. Non si pratica lo Zazen (mentre i sutra sì, chissà perché), ci si sveglia più “tardi” ovvero alle 6 e anche i lavori sono limitati. Si rientra per i sutra verso le 17. Io l’ho chiamato il “cheat day”, come lo nominano quelli che fanno diete e sport in maniera seria. In quei giorni possono mangiare quello che vogliono. Ecco, lo stesso effetto me lo fa questo giorno per i monaci buddisti: possono fare tutto (o quasi) quello che gli altri giorni non è permesso. Come se essere monaci non fosse uno stato ma, appunto, un lavoro e come tale prevede un giorno libero… Quindi vanno fuori, mangiano carne (alcuni bevono alcol), si dedicano alle relazioni sociali e via di seguito. 

Joman-ji

Lo Zen oggi

“Cos’è più importante: riuscire o trovare un senso al vostro sforzo di riuscire?”

Shunryu Suzuki

Ateismo

Sebbene la mia sia stata un’esperienza relativamente breve, 10 giorni, ho indagato molto per sapere come viene vissuta la vita monastica oggigiorno in Giappone. Innanzitutto c’è da dire che il giapponese medio non è credente. Sebbene il Giappone si identifichi come uno stato buddista, quasi nessun giapponese si identifica come aderente a una specifica religione, che sia quella buddista o quella shintoista. Partecipano a festival, cerimonie e rituali ESCLUSIVAMENTE per tradizione e non certo per credenza. Certi rituali si fanno al tempio (buddismo), altri si fanno ai santuari (shintoismo). E, a parte queste due religioni, si seguono altre tradizioni “nuove” come il Natale, San Valentino, Halloween, lo sposarsi in chiesa (molti giapponesi si sposano alla maniera occidentale, noleggiando una chiesa finta e facendo un rito simile a quello nostro cristiano, per pura moda).

La maggior parte dei giapponesi non ha la minima nozione di quello che sta facendo quando partecipa a una cerimonia. Ho avuto la fortuna di prendere parte a un Omikoshi, un festival tradizionale shinto, in cui si porta in spalla un paranco con all’interno una divinità per farle “benedire” il quartiere e così da essere “salutata” dai suoi abitanti. Ecco, chi mi ha invitato a partecipare, che vive in quel quartiere da svariati anni e che fa parte dell’organizzazione, non sapeva neanche che divinità ci fosse al suo interno. Giusto per dire…

Joman-ji

Vocazioni

Da quando i monaci possono sposarsi (secoli) il concetto di vocazione è abbastanza raro. Monaco diventa il figlio o il nipote di un altro monaco, volente o nolente. Nella cultura giapponese la famiglia ha un grande potere sulla vita dei figli, non solo nelle famiglie dei monaci, in generale. Quindi, uno dei figli DEVE succedere al padre o al nonno. Così anche per il monaco che stava facendo il training al Joman-ji. Lui lavorava come editor in una casa editrice per manga, quando il padre gli ha detto che suo nonno era troppo anziano per badare al tempio e che sarebbe toccato a lui succedergli. A sentire lui, dice di essere più felice adesso di prima (sono 5 anni che è monaco) e il training che stava facendo riguardava proprio quello per diventare abate del monastero di suo nonno.

Koya, invece, è uno di quei rari casi di vocazione genuina e, devo dire la verità, si sente proprio la differenza. Lui è infatti abbastanza critico con questo sistema giapponese (e mi ha confessato che non spingerà la figlia a seguire la sua strada) ma è anche vero che i monaci stanno diminuendo di numero di anno in anno e se non lo fanno i figli o i nipoti, finiranno per sparire del tutto. Certo è che, con questo sistema, l’essere monaco è più un lavoro che una vocazione (forse è per questo che è stato concesso loro di sposarsi…). Masan mi raccontava che sono molti i ragazzi che sono a fare il training nel monastero centrale a Yokohama e che scappano prendendo un volo per il Brasile o altri paesi lontani. La maggior parte vengono fermati all’aeroporto ma ottenendo dalla famiglia di scegliere un’altra strada.

Riti funebri, morte e illuminazione

Il ruolo principale del monaco è quello di compiere i rituali: ce ne sono svariati che riguardano la sfera della vita personale ma sicuramente quelli più importanti sono i riti funebri. Sono, infatti, la principale fonte di guadagno dei monasteri. L’attaccamento e il rispetto del giapponese medio verso i genitori e i parenti più anziani è molto alto. Questo fa sì che quando passano a miglior vita, i vivi dedichino loro molte attenzioni e facciano di tutto per le loro anime (a cui non credono, ma tant’è, non si sa mai). Il buddismo giapponese ha una peculiarità, non condivisa dai buddisti di altre nazioni: quando qualcuno muore, si celebra un rito (molto lungo in quanto per il buddismo l’anima del trapassato rimane sulla terra per 49 giorni) di modo che il defunto viene “battezzato” al buddismo, come se abbracciasse questo credo per la prima volta, infatti gli viene dato un nuovo nome buddista.

In questo modo è come se iniziasse la sua vita da zero e, siccome un morto non può peccare perché, appunto, è morto, raggiunge automaticamente l’illuminazione, il satori o il nirvana, che dir si voglia. Insomma, diventa libero dal ciclo delle nascite, che è lo scopo ultimo del buddismo. Bella figata, eh! Tra l’altro il nome del defunto viene scelto dal monaco officiante: si ritiene che i nomi lunghi siano di migliore auspicio di quelli corti. Essendo la celebrazione del rito a offerta libera, maggiore sarà l’offerta, più lungo sarà il nuovo nome…

Praticamente i giapponesi hanno ovviato al problema facendo diventare tutti Buddha al momento della morte. Roba che fa inorridire gli altri buddisti, perché così si vanifica lo scopo dell’esistenza che è, appunto, quello di raggiungere la buddità. Quando ho sollevato tale questione a Koya, ovvero che uno a questo punto può fare le peggio cose in vita tanto poi grazie al funerale diventa Buddha comunque, mi ha fatto un ragionamento strano che, in tutta onestà, non sono riuscito a capire. In definitiva, secondo lui, questo non disincentiva l’impegno personale durante la vita (come, non lo so, ma insomma ci fidiamo). Non tutti i templi hanno un cimitero e quindi non tutti fanno riti funebri. Il Joman-ji non li fa, ad esempio. Le entrate economiche vengono dal quartier generale e il resto sono donazioni da parte di privati.

Conclusione

In definitiva sono stato molto contento di fare questa esperienza. Il monastero è molto bello, in una zona pacifica in mezzo alla natura, piena di animali e tanta energia. Koya, la sua famiglia e gli altri monaci sono delle persone squisite, che mi hanno integrato appieno nella loro vita quotidiana. Certo, la lingua a volte era un problema in quanto solo Koya parlava bene l’inglese. Allora, se stavo bene e tutto procedeva per il meglio, perché me ne sono andato via dopo 10 giorni invece di stare 4 settimane come avevo programmato? Innanzitutto io vengo da un’esperienza monastica molto diversa, decisamente più “strong”, dove si praticava molta meditazione, un’ascesi spinta e un lavoro intenso, l’obbedienza era militaresca e non esistevano day off o giorni di libertà.

Vivere al Joman-ji era un po’ una vacanza per me, un’esperienza leggera insomma. Ma questo aveva anche i suoi lati positivi, come l’avere tempo da dedicare alle mie cose (scrivere, per esempio). Da un punto di vista di insegnamenti, di tecniche di meditazione, è stato un po’ deludente per chi ha già esperienza come me. Alla fine in un giorno impari tutto quello che devi sapere, basta solo metterlo in pratica quotidianamente (che non è poco). Inoltre, da un lato sentivo che stavo facendo una cosa che ormai apparteneva al mio passato e che non mi riguardava più. Ero arrivato, dopo un po’, a contare i giorni.

Infine, è successo un fatto strano: Koya è dovuto andare via per sbrigare delle cerimonie a nord dello Shikoku per 6 giorni (e non avere più qualcuno con cui parlare inglese non è stato facile) e internet ha smesso di funzionare in tutto il monastero, impedendomi di scrivere i miei articoli (che necessitano di ricerche sul web). Quest’ultimo accadimento, l’ho preso come un segno e ho deciso di partire, senza rimpianti. Consiglio, comunque, l’esperienza al Joman-ji a tutti quelli che si sentono attratti da questa disciplina e che non hanno troppa esperienza a riguardo o sono proprio dei neofiti: non rimarranno delusi!

Ricordo che è sempre possibile finanziare il mio viaggio e quindi i miei articoli! Grazie!

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in Amore, Spiritualità
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